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| Marassi |
| 22/01/1956 |
| h.14.30 |
| SAMPDORIA - TORINO 0-0 Sampdoria: Pin, Farina, Agostinelli, Martini, Bernasconi, Chiappin, Tortul, Ronzon, Firmani, Rosa, Arrigoni. All.: Tabanelli. Torino: Rigamonti, Grava, Cuscela, Bearzot, Grosso, Moltrasio, Sentimenti III, Buhtz, Cazzaniga, Bacci, Bertoloni. All.: Frossi. Arbitro: Piemonte di Monfalcone. Reti: - Spettatori: 20.000 circa. Note: Cielo nuvoloso, terreno pesantissimo e ridotto a una fanghihlia, temperatura mite, calci d'angolo 9-1 per la Sampdoria. Presente in tribuna il Dott.Foni, allenatore della Nazionale. Cronaca [Tratto da La Stampa del 23 gennaio 1956] Questa volta non c'è da profonderai in lodi di nessun tipo per nessuno: né per chi doveva vincere, né per chi doveva perdere. C'è da dire schietto, invece, che di gioco nel senso tecnico, nel senso costruttivo, nel senso elevato della parola, non se n'è visto né da una parte né dall'altra. La partita si può riassumere nella constatazione che il Torino ha impedito alla Sampdoria di vincere. Vincere l'undici locale poteva e doveva. Ha attaccato, dominato, prevalso in modo tale da non permettere nessun confronto con quanto fatto dall'avversario; è stato più veloce, ha dato prova di miglior padronanza della palla; si è dimostrato più mobile e più scattante sul difficilissimo terreno, ha fatto maturare di gran lunga le maggiori situazioni da rete. La sua superiorità è stata tale che la partita è vissuta, per i tre quarti del suo tempo, nell'attesa di un successo, sia pure di stretta misura, da parte sua. Eppure non ha vinto. Molto perché, bisogna convincersene - e convinti dovrebbero esserlo un po' tutti ormai - è veramente difficile fare qualche cosa di buono contro un oppositore che ad altro non si dedichi che a non lasciar giocare. Ma in parte anche perché nella pania tesagli dal Torino, particolarmente nel secondo tempo, la Sampdoria è caduta senza far ricorso a contromisure adatte. La maggior parte degli attacchi dei sampdoriani sono avvenuti a gioco stretto e centrale. Proprio come le condizioni contingenti proibivano di fare. Di acqua ne era caduta tanta a Genova, nel corso della settimana, fino a tutto sabato, e l'intera grande striscia centrale del terreno si presentava ricoperta da un fango grasso, vischioso, attaccaticcio. In quella zona v'era da fare brutte figure a voler controllare la palla, v'era da sfiancarsi, da dare fondo a tutte le energie fisiche a corrergli su, a saltare, a muoversi. E v'era, principalmente, da non arrivare a nessun scopo pratico: perché quella superfice gommosa rendeva così difficile la precisione e faceva così lento il gioco, che si finiva per favorire ogni volta il lavoro di chi, nella propria area di rigore o nelle vicinanze della medesima, attendeva in armi, a pie fermo, per mandare all'aria, per distruggere ogni cosa. Le sole due vie di accesso alla rocca avversaria erano quelle laterali, abbastanza ampie, dove l'erba aveva resistito al fango e dove ci si poteva muovere in condizioni di terreno più vicine alla normalità. Combinazione erano, le vie in questione, quelle che il buon senso consiglia, meglio quelle che il buon senso stesso comanda, per fare fronte al catenaccio, anche in condizioni di regolarità di terreno. La esperienza insegna che gli sbarramenti chiusi vanno aggirati: a prenderli di petto ci si rompe le corna. Solo verso il termine della partita i liguri cercarono di giocare largo e di fare lavorare le ali, con passaggi volanti: e quello fu il periodo in cui essi diedero i peggiori grattacapi all'avversario. Certe serrature chiuse a doppia mandata non si svellono picchiandovi la testa contro. Il loro lato pratico - uno dei più antipatici - sta appunto nel fatto che chi vi ricorre sa che chi vi urta si Innervosisce e divento monotono nel tentativo di sfondamento. Perché, quello adottato dal Torino nel secondo tempo, è stato, questa volta, un catenaccio quasi del tipo Budapest. Il primo tempo dell'incontro era stato, al confronto, molto più aperto. In esso il dispositivo di sicurezza dei granata esisteva già in embrione. Bertoloni era arretrato sull'ala destra avversaria, per dare modo a Cuscela di marcare Firmani, e per permettere così a Grosso di fare da battitore libero. Ma, a tratti, gli attaccanti degli ospiti operavano magari in quattro. V'era in mezzo al campo Gazzaniga che mostrava di non gradire il fango, e che, lavorando, si sfiancava, quel Gazzaniga che dopo una scoppiatura emerita doveva, a meraviglia generale, risorgere poi nella ripresa. Ma in un modo o nell'altro ognuno dei due contendenti aveva potuto dire la sua parola in quei primi 45' di giuoco. Se nessuno dei due l'aveva detta, non facendo maturare nemmeno una situazione veramente meritevole di successo, era perché ambedue avevano commesso lo stesso errore, accanendosi a tentare di aprirsi un varco - a passaggi corti ancora, e peggio ancora, portando la palla invece di spedirla - colà dove il terreno opponeva le maggiori difficoltà. La superiorità, anche così, era stata chiaramente dei sampdoriani in questa parte dell'incontro. Era nella ripresa che il catenaccio ad oltranza faceva la sua comparsa in campo granata. Forse, come riconoscimento della superiorità dei liguri, della quale abbiamo detto. L'intera squadra locale si proiettava in avanti, e quasi l'intera squadra granata accorreva e si schierava a sbarrarle il cammino. In avanti, dei torinesi, non rimaneva in permanenza che Buhtz, con qualche compagno, a turno. La rocca granata pareva dovesse crollare da un momento all'altro, tanto era la pressione che su di essa veniva esercitata. Ed invece non crollava mai. Un pallone a fil di palo su tiro di Chiappin, sfuggito alla presa di Rigamonti e Bertoloni respingeva sulla linea. Un forte traversone basso di Martini, volava da un estremo all'altro dell'area, senza trovare un piede che lo deviasse in rete. Due volte, a portiere apparentemente battuto, Cuscela allontanava il pericolo in extremis. E ancora Cuscela afferrava per la maglia Firmani e lo atterrava fuori dell'area, nell'occasione in cui l'avversario era riuscito a liberarsi della sua sorveglianza. Ma, con tutto questo, le due migliori occasioni da rete - ironie della sorte caratteristiche del contropiede - dovevano presentarsi al Torino, la prima a Buhtz, la seconda a Sentimenti III. Il primo scivolò al momento buono; madornale fu lo sbaglio del secondo, da ottima posizione angolata. Sarebbe stato normale avesse segnato la Sampdoria, sarebbe stato enorme avesse segnato il Torino. Non segnò né l'una né l'altro. Né il risultato, né il modo in cui esso fu ottenuto piacquero al pubblico locale. Cosi pienamente giustificabile e comprensibile. Non piace mai a chi ne soffre il catenaccio. Non è mai piaciuto né piace nemmeno a noi, che non siamo parte in causa: lo abbiamo detto in termini espliciti, ci pare, e lo ripetiamo ora senza complimenti. Amaro frutto dei tempi materialistici in cui viviamo. Senza di esso la Sampdoria avrebbe stavolta vinto fors'anco con un punteggio netto. |
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