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Olimpico di Roma
06/05/1956
h.16.00
ROMA - TORINO 2-1 (1-1)
Roma
: Tesari, Stucchi, Losi, Giuliano, Cardarelli, Venturi, Ghiggia, Da Costa, Prenna, Cavazzuti, Nyers. All.: Sarosi.
Torino: Brotto, Grava, Padulazzi, Bearzot, Grosso, Moltrasio, Antoniotti, Rimbaldo, Cazzaniga, Bacci, Bertoloni. All.: Frossi.
Arbitro: Mayer (Austria).
Reti: Prenna 10', 80' (R), Bertoloni 26' (T).
Spettatori: 35.000 circa per un incasso superiore ai 10 milioni.
Note: Cielo parzialmente coperto, terreno in buone condizioni, calci d'angolo 14-3 per la Roma.
Cronaca
[Tratto da La Stampa del 7 maggio 1956]
L'incontro merita la qualifica di interessante esclusivamente per l'incertezza del risultato, incertezza che si è mantenuta proprio fino agli ultimi momenti. Dal punto di vista del gioco in sé è stata una ben povera cosa. Quando non è stato scialbo è diventato disordinato quanto mai. C'era un bel sole primaverile, la temperatura era tiepida, di gente nel recinto non ve ne era troppa e buona parte dei giocatori in campo si muovevano come sotto l'effetto di un rallentatore. A disturbare il commentatore non v'era che il pensiero di cosa si sarebbe potuto scrivere a titolo di resoconto, se continuava davvero, a quel modo fino al termine. Pareva che, senza scaldarsi tanto, la Roma avesse dovuto fare un boccone solo del povero Torino. Infatti dieci minuti dal calcio d'inizio erano appena trascorsi che i giallorossi, che per l'occasione vestivano una maglia bianca a strisce dai colori sociali, già si trovavano in vantaggio. La rete era stata segnata, in modo elementarmente facile e semplice. Due attaccanti romanisti erano passati senza trovare ostacoli attraverso le maglie dello sbarramento difensivo torinese: come l'acqua può filtrare attraverso ad un reticolato. Si erano presentati in due davanti al portiere. Costa aveva sparato per primo e Brotto aveva con un bel tuffo deviato verso la sua destra: il centravanti Prenna aveva completato l'opera spostandosi completamente sulla sua sinistra e deviando la palla in rete mentre ancora il portiere stava annaspando a terra per rialzarsi. Tutto subito il Torino non reagì affatto in modo energico. Pareva quasi fosse convinto esso stesso ai non poterla spuntare quella giornata. E fra l'un contendente che già credeva di aver perso, e l'altro che già pensava di aver vinto, l'incontro assunse una andatura quieta e pacifica quant'altro mai. Il risveglio lo diede giungendo in modo inaspettato il pareggio, quando mancava ormai poco alla mezz'ora di gioco. Lassù all'estrema destra della prima linea granata, dove da qualche tempo nessuno marcava nessuno, spuntava improvvisamente Rimbaldo su imbeccata ricevuta da Antoniotti. Rimbaldo avanzava di alcuni passi e poi eseguiva una lunga e forte centrata a mezza altezza in direzione del lontano montante. La metà più vicina dei difensori della Roma risultava tagliata fuori d'azione dalla traiettoria e la metà più lontana riposava come se avesse altro per la testa in quel momento. Bertoloni che aveva seguito l'azione arrivava in corsa, girava attorno al terzino Stucchi che si limitava a guardarlo stupito, piombava sulla palla prima di Tesari, mentalmente assente anche lui, e senza tanti complimenti deviava in rete. Nacque in quel momento la reazione granata. Nacque mentalmente allora e materialmente all'inizio della ripresa. Con un punto nelle mani e alla notizia appresa ritornando in campo dello strabiliante andamento della partita di Novara, l'undici granata pensò evidentemente a quello che poteva verificarsi Il per lì e assieme a quello che poteva avvenire in seguito. E buttò senz'altro la tonaca tecnico moralista alle ortiche e rivestì l'abito tattico detta prima metà della stagione, quello che aveva sollevato tante critiche, ma gli aveva pur dato tante soddisfazioni. Tre uomini soli lasciati più o meno in avanti a fare da elementi di punta quando l'occasione si presentava. E tutto il resto della squadra in posizione più o meno arretrata, a creare uno sbarramento, che chiudesse la via e facesse perdere ritmo e tempo all'avversario. Il ritmo l'avversario non aveva bisogno di perderlo: non lo aveva mai trovato. O per combinazione o per calcolo, c'era Cazzaniga in campo fra i granata. E si tornò a vedere l'uomo dal n. 9 sulla maglia correre dappertutto dove c'era da dare una mano ad un collega detta difesa in pericolo. E lo si vide deviare in angolo di testa un pericoloso tiro alto, quattro passi davanti al proprio portiere. Il quale, novellino come era, si portò in modo egregio nel frangente, specialmente nell'interventi sui tiri o sui centri alti. Disordinata, caotica finché si vuole, la partita era diventata interessante a questo punto. Non per la tecnica che non c'era. Pei il risultato. Tipica partita della rottura e del contropiede del Torino di mesi fa, ecco che Bertoloni ricevendo da Rimbaldo penetra in area con la patta al piede e viene trattenuto per la maglia e atterrato. Urta dell'interessato e l'arbitro che fa lo gnorri. Passano i minuti, il cielo si oscura e l'acqua comincia a cadere, ed a nove minuti dal termine il Torino subisce un nuovo angolo - tredici in tutto. Tira alto dalla sinistra Nyers. Brotto esce per respingere a pugni protesi come già fatto con successo alcune volte in precedenza. A metà del suo salto viene caricato e vola a lato. Di testa Prenna spedisce nella rete sguarnita. Malgrado le vivaci protesti dei granata l'arbitro austriaco convalida. Sinceramente poteva vincere in modo diverso la Roma, non così. Poteva segnare quando Prenna colpì la traversa o Cavazzuti mancò il bersaglio da due passi. Sull'andamento generale del gioco il successo doveva essere suo. Non su un episodio falloso. E' il nodo, quello che non soddisfa.