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Filadelfia
19/05/1957
h.16.00
TORINO - MILAN 2-2 (0-0)
Torino
: Rigamonti, Grava, Cuscela, Grosso, Ganzer, Fogli, Armano, Jeppson, Ricagni, Arce, Bertoloni. All.: Marjanovic.
Milan: Buffon, Maldini, Zagatti, Liedholm, Zannier, Beraldo, Farina, Bredesen, Bean, Fontana, Mariani. All.: Viani.
Arbitro: Rigato di Mestre.
Reti: Arce 60' (T), Jeppson 78' (T), Farina 79' (M), Bean 86' (M).
Spettatori: 35.000 circa.
Note: Un temporale scatenatosi prima del fischio d'inizio ha reso pesante il terreno di gioco, ancora qualche goccia durante l'incontro, sole sul finale; calci d'angolo 8-7 per il Torino. Il Torino, sceso in campo con la maglia bianca, con questo punto, è matematicamente salvo; i rossoneri, con questo pari, sono invece matematiacamente campioni d'Italia per la sesta volta nella loro storia. Al termine della partita i neo campioni d'Italia hanno cercato l'applauso del pubblico di casa ricevendo, tuttavia, una bordata di fischi. Prima, durante e dopo il match, una durissima presa di posizione da parte del tifo dei sostenitori granata è sfociata in scritte sui muri perimetrali dello stadio, cori e cartelli di protesta contro la dirigenza a causa della paventata fusione con la Juventus. “Da un connubio tra Toro e Zebra non può che nascere un bastardo”, piuttosto che “Meglio in B che fusi” e ancora “Fondete i metalli e non le squadre” gli slogan più gettonati.
Cronaca
[Tratto da La Stampa del 20 maggio 1957]
Il Milan è uscito dal campo con lo scudetto cucito sulle maglie. Quello che gli mancava glielo ha regalato la Fiorentina, cosicché ora ha virtualmente finito la sua fatica. E' stato un pareggio andato e tirato, ma tutto sommato un pareggio meritato, anche se i granata ora si mordono le unghie per essersi lasciata sfuggire una vittoria che già tenevano In pugno. A tredici minati dalla fine il Milan perdeva per due a aero, l'ultimo gol l'ha segnato a quattro mimati dal termine. Non si può dire che il Torino in questi tredici minuti sia andato a catafascio, ma certo deve aver sentito l'ansia e il timore di essere raggiunto. Qualunque altra squadra si sarebbe organizzata difensivamente, non badando che a distruggere pur di portare in salvo la vittoria; il Torino, invece, è rimasto, se non proprio come assestamento di ranghi, certo spiritualmente un undici d'attacco. La manovra del Milan, più sostanziale e più robusta, ha distrutto alla fine il suo sforzo ed è rimasto negli spettatori come l'amarezza di una sconfitta. Perché il pareggio, per chi aveva pregustato la vittoria, non valeva molto di più di una sconfitta. Bandiere granata abbassate alta fine, nessun applauso, i giocatori se ne sono andati come dei colpevoli senza nemmeno salutare il pubblico, ed una salva di fischi, immeritati, è stata rovesciata sul Milan che si era schierato per accomiatarsi dalla folta col suo titolo già assicurato. Il Milan è stato un grande undici nella prima mezz'ora dell'Incontro. Il suo gioco d'assieme, il suo meccanismo di manovra, hanno dominato l'andamento della partita. Niente di eccezionale ma un'esecuzione sicura e chiara, tocchi esatti, almeno un uomo sempre smarcato a ricevere il passaggio, varietà di azioni, e un atleta a mezzo campo a dirigere tutto: Liedholm. Poi non è stata più la stessa cosa e non si saprebbe dire con esattezza il perché: se cioè sia stata la riscossa del Torino a mutar faccia al gioco oppure se spontaneamente la vena dei rossoneri si sia esaurita. E' da questo momento che il Torino venne gradatamente galla. Non dominò mai nettamente il gioco, come del resto non ne era mai stato soverchiato prima, ma la partita si equilibrò, gli avanti granata riuscirono a dare un respiro più lungo alla loro manovra, non più semplici puntate ma un lavoro più ordinato e più disteso, una cadenza in crescendo, e su tutto l'ammirevole spinta di una volontà senza tentennamenti. Ebbe buone occasioni e le sciupò. Una su tutte, la più grossa, al 34': su centro raso terra di Bertoloni, la palla percorreva la linea della porta e Liedholm riusciva ''in extremis'' deviarla in angolo. Armano batteva il corner, la palla gli ritornava a mezza strada sulla linea di fondo e di nuovo la rimetteva bassa nella mischia, Jeppson tirava e colpiva il piede del montante, riprendeva Armano ma Buffon gli era sul piedi in tuffo e salvava. Lasciamo le altre occasioni che non abbiamo spazio per descriverle tutte. Due uomini avevano fatto spicco sul campo: Bean e Arce. Non si vuole stabilire un confronto ma solamente accennare due tipi di giocatori. Bean nel tiro, nello scatto, nella padronanza delia palla, nel senso del gioco, ha confermato quello che di lui già si sapeva: che è un grande asso in formazione. Liedholm è la spalla buona per chiunque e serve tutti e organizza per tutti; Bean è il purosangue, l'uomo che ha ogni volta nei piedi la palla da rete, il giocatore che possiede quello che non si acquista e nessuno può insegnare il tiro, non un tiro qualunque ma quella folgore che è tremenda quando arriva giusta. Arce non ha le doti di Bean ma è più complesso; temibile perché tutto nel suo gioco è imprevedibile, E' stato il secondo tempo a fornire le emozioni più forti dell'incontro. Al 5', su una sventola di Bean, la palla rimbalzava sulla traversa e finiva oltre il fondo. Due angoli per parte, poi al 15' un contrasto fra Arce e Liedholm per il possesso della palla indisponeva quest'ultimo il quale perduta la palla inseguiva l'azione e reagiva con un fallo su Bertoloni ad un metro dal limite. Ricagni toccava a Arce il quale faceva partire un tiro a mezza altezza che batteva Buffon semicoperto dallo sbarramento difensivo. La partita trovò, dopo questo episodio, il suo clima da combattimento, ma fino alla mezz'ora non si verificò nulla di veramente notevole. Al 32' mentre Fogli era fuori per una contusione al piede, partiva un'azione qualunque su imbeccata fornita da un allungo di Grava e Jeppson, in quel momento solo a mezzo campo. Jeppson scattò affiancato da Zannier. Sembrava appena un'azione di disturbo, ma tutti si impappinarono: si impappinò Zannier che si accontentò di seguire l'avversario e fece altrettanto Buffon malcerto nell'uscita. A porta vuota Jeppson depositò la palla nella rete. Cominciò per il Milan una partita nuova. Mancavano tredici minuti alla fine. Due minuti dopo il gol di Jeppson (al 34') Farina raccogliendo un passaggio di Fontana, tirava da 25 metri: un bel tiro secco, preciso, mezzo metro da terra, dalla posizione di centro: Rigamonti era battuto. Il timore del pareggio scosse evidentemente la fiducia della squadra granata. Al 41' rimessa laterale di Bredesen a quattro o cinque metri dal fondo sulla destra, Fontana allungava a Bean che tirava da pochi metri da distanza ravvicinata: l'ansia, la confusione, l'affanno spianarono la via al pareggio, Rigaminti vanamente inseguì la palla che viaggiava verso la réte. Al pubblico il pareggio parve un furto, ai granata un tiro mancino della sorte. In nove minuti, crollato il sogno di vittoria. Le bandiere vennero arrotolate, scomparvero i numerosi cartelli che prima della partita erano apparsi con scritte tutte contrarle alla fusione, segno della passione granata della grande massa calcistica torinese, sul campo si distese una ombra di delusione. La partita finì quasi in un'atmosfera di tristezza. Sciupata la grande prova di valore e di volontà della squadra granata, mortificati i giocatori, scontenta e irritata la folla. Non ci si attendeva un finale così melanconico. Intanto il Milan assicurava sulle maglie il suo nuovo e meritato scudetto.